
A che altezza si trova il cielo? Sì, lo so: per noi che viviamo nell’Europa del XXI secolo questa domanda non ha senso. Per noi il cielo non è qualcosa di tangibile: è semplicemente lo spazio infinito, in cui la Terra si muove insieme con il Sole, la Luna e innumerevoli altri corpi celesti (appunto). Il fatto che l’atmosfera terrestre sia suddivisa in diversi strati (troposfera, stratosfera e così via) non cambia granché, poiché sempre di materia allo stato gassoso si tratta. Nella nostra concezione del cosmo i “muri” non sono contemplati.
Ma questa è appunto la nostra concezione. Che è molto diversa da quella tradizionale, arcaica, nella quale il cielo viene descritto proprio come solido. Alla nostra domanda iniziale, i Fang del Camerun risponderebbero che “uno deve mettere circa 200 alberi del cotone (alti circa 70 metri ciascuno) uno sopra l’altro prima di raggiungere il cielo”.1 Questa idea è alla base di miti come quello della Torre di Babele e della scala celeste, di cui ci eravamo occupati nei nostri ultimi lavori. Nel presente articolo approfondiremo ulteriormente il tema, cercando di capire se una simile visione del cosmo sia “innata” o tragga invece origine da qualche evento, fenomeno o condizione particolare che i nostri antenati avevano avuto modo di sperimentare.
La volta celeste
Egli siede sopra la volta del mondo,
Isaia, 40, 22
da dove gli abitanti sembrano cavallette.
Egli stende il cielo come un velo,
lo spiega come una tenda dove abitare…
Le varie cosmologie tradizionali descrivono il cielo in modo estremamente uniforme: esso sarebbe in pratica una cupola sovrastante una terra piatta, solitamente discoidale. A questa idea si associa la credenza in un altro mondo situato al di là del firmamento e raggiungibile tramite dei fori presenti in quest’ultimo. Un’altra credenza molto comune, di cui però in questa sede non ci occuperemo, è che la volta celeste presenti uno o più sostegni che ne impediscono il crollo, dei quali il titano Atlante della mitologia greca rappresenta senz’altro l’esempio più noto.
Di cosa è fatto il cielo?
In alcune tradizioni il firmamento viene descritto semplicemente come “solido”, senza precisare il materiale di cui sarebbe costituito. Quando invece esso viene specificato, molto frequentemente si tratta della pietra. “Il cielo blu che vediamo crediamo che sia una roccia, e che circondi la terra”, affermano gli Zulu.2 Secondo i nativi di Mangaia (Isole Cook), il cielo sarebbe costituito da “solida pietra blu”. 3 In un racconto dei Cherokee, alcuni uomini si mettono in viaggio verso il luogo dove sorge il Sole, e quando lo raggiungono scoprono che il cielo è “una volta di solida roccia sospesa sopra la terra”.4 Che la stessa credenza fosse diffusa anche tra i primi Indoeuropei è suggerito dal fatto che uno dei termini proto-indoeuropei per designare la pietra ha assunto, in alcune lingue figlie, il significato di “cielo”: abbiamo così da un lato il sanscrito áśman, che ha mantenuto come accezione principale quella originaria, e dall’altro l’antico persiano asman, che indica la volta celeste.5
L’idea che il firmamento fosse una cupola rocciosa risale molto probabilmente all’età della pietra, quando il materiale più usato dall’uomo era – appunto – la pietra. Il successivo sviluppo della metallurgia ha portato alcuni popoli ad immaginare un cielo formato da metallo. Un passo della Bibbia paragona il firmamento ad uno “specchio di metallo fuso”.6 In uno dei Testi delle Piramidi (n° 257) leggiamo che il defunto faraone Onnos (Unis) “conquista il cielo, ne fende il bronzo”.7 Anche Omero, in più occasioni, descrive il cielo come bronzeo: “…così allora gli Achei / eran bianchi di sopra, dalla polvere che in mezzo a loro / su fino al cielo di bronzo levavano i piedi dei cavalli”;8 “In questo modo lottavano, e ferreo tumulto / giungeva al cielo di bronzo per l’etere instancabile”;9 “Il Sole sorse, lasciando il mare bellissimo, / nel cielo di bronzo…”.10
Oltre a pietra e metallo, esistono altri materiali occasionalmente menzionati come costituenti della volta celeste. Gli Scioscioni (stanziati principalmente in Idaho e Wyoming) “considerano il firmamento come una cupola di ghiaccio, contro la quale un grande serpente, il quale non è altro che l’arcobaleno, strofina il dorso”.11 Gli Jakuti (Siberia nordorientale) ritengono che il cielo consista di diverse pelli tese e sovrapposte.12 I nativi di Nias (a ovest di Sumatra) narrano di come anticamente la parte inferiore del cielo fosse rivestita da grasso, che gli uomini erano soliti raschiare per cibarsene.13 E secondo i Fang, già incontrati in precedenza, “il materiale del cielo è simile a quello della terra, più solido verso l’interno, ma più soffice e liquido sulla superficie”.14 Ulteriori materiali sono menzionati nei miti cosmogonici: nella mitologia norrena si racconta per esempio di come gli dèi trassero il firmamento dal cranio del gigante Ymir,15 mentre il Kalevala finlandese descrive la formazione della volta celeste a partire dal guscio di un uovo d’anatra.16

Porte verso mondi superiori
Nella cosmologia dei Tiwi, che abitano le omonime isole a nord dell’Australia, “la terra, conosciuta concettualmente come kaluwartu, è immaginata come un disco piatto circondato dalle acque e ricoperto da una volta celeste solida, juwulku, simile a una conca rovesciata. Al di là di essa si trova un mondo superiore idilliaco, o tuniruna, che gode di piogge adeguate e di cibo abbondante. Alcuni gruppi lo immaginavano come una terra di bellissimi fiori che non appassiscono mai. Laggiù vengono portati gli spiriti dei defunti, visibili come stelle che brillano attraverso dei fori nella cupola”.17
Questa è la concezione che, nei suoi elementi essenziali, si ritrova in molte altre società tradizionali: al di là del firmamento esisterebbe un mondo ultraterreno, la cui luce filtrerebbe attraverso i fori rappresentati dalle stelle. Nell’articolo sulla scala celeste avevamo già presentato alcune storie sulla discesa dei primi uomini da questo mondo superiore, e sui mitici personaggi che riuscirono ad accedervi dalla terra. Qui forniremo ulteriori esempi, concentrandoci in particolare sulle tradizioni che descrivono fisicamente il mondo situato oltre il firmamento e/o lo identificano con la dimora della divinità o dei defunti.
I Tanala (sudest del Madagascar) “credono che la terra sia piatta, con il cielo che la ricopre come una campana di vetro… Al disopra del cielo, che è ritenuto un guscio solido e materiale, c’è un altro mondo. Questo è abitato dagli dèi e forse dalle anime dei morti”.18 Similmente, diverse tribù dell’Australia sudorientale “avevano la convinzione che la terra fosse una superficie piana, sormontata da una cupola solida – il cielo. I Kurnai credevano che oltre il cielo ci fosse una terra abitata dagli spiriti Brewin, Baukan, e dai Mrarts (fantasmi). I Woi-worŭng chiamavano questa terra trans-celestiale ‘Tharan-galk-bek’, cioè la terra degli alberi della gomma. Essi credevano che avesse alberi, ruscelli, e fosse per il resto simile alla terra”.19
Anche i Ch’uan Miao, che vivono nelle regioni montuose della Cina meridionale, offrono una descrizione del mondo celeste: “Oltre o sopra il cielo esiste una terra pianeggiante dove le anime dei defunti rimangono con i loro antenati dopo la morte… Qui non ci sono alture da scalare, né malattie, né morte. Il sole splende ogni giorno, e sebbene non piova non c’è mancanza di umidità. Le persone non coltivano la terra ma raccolgono frutti e bacche nelle foreste, che sono molto simili alle foreste che esistevano sulla terra in epoche remote”.20 E i Banyarwanda (Ruanda) “affermano che noi non vediamo la totalità del mondo materiale che fu creato all’origine. Il mondo di cui facciamo esperienza è piatto; i suoi confini sono lontani e costituiti da recinzioni simili a quelle che vediamo intorno ai kraal. Sopra a queste recinzioni c’è una grande roccia che è il cielo che vediamo. Al di là della roccia c’è un altro mondo (ijuru) simile al nostro, con colline, alberi e fiumi. Questo mondo può dirsi celestiale solo nel senso che è al disopra del cielo: non è un paradiso ma piuttosto un duplicato del nostro mondo”.21
Va rilevato come numerose cosmologie parlino di diversi cieli anziché di uno solo. Questa concezione è diffusa dalla Polinesia alla Mesopotamia, dal Nord Europa alla Mesoamerica, e la ritroviamo anche nelle grandi religioni monoteiste, incluso il Cristianesimo (come non pensare ai dieci cieli del Paradiso dantesco?). Ma sono soprattutto le popolazioni più “primitive” a mettere in risalto la concretezza di questi mondi celestiali. A titolo di esempio, riportiamo la descrizione del cosmo fornita dalla tribù peruviana dei Campa.
I Campa ritengono la terra “una serie di strati abitati disposti uno sopra l’altro… La superficie della terra, che giace proprio sotto di noi, è indicata come isáviki, e tutto ciò che si trova al disopra è chiamato henóki. La parola henóki, quindi, è usata per riferirsi al cielo, il cui termine specifico è Inkíte, e comprende tutti gli strati al disopra della terra. Guardando verso l’alto, il cielo visibile è in realtà il pavimento di un altro mondo, ed esistono ulteriori strati fino al più alto, oltre il quale non c’è niente. Gli strati celestiali non hanno nomi specifici, e il loro numero è indeterminato. Ogni strato di Inkíte è abitato da spiriti benevoli, gli henokiníri (abitanti del cielo)… Un’importante proprietà di questa serie di livelli è che gli abitanti di ogni strato lo percepiscono e sperimentano come terreno solido, come kipáci (terra), mentre percepiscono gli strati superiori come henóki (cielo). La solidità della terra non è una proprietà intrinseca ma solo la maniera in cui ci appare”.22

Anche la credenza che il firmamento presenti delle aperture è diffusissima. A volte, come abbiamo visto, tutte le stelle vengono considerate dei fori, un’idea che rende paragonabile la volta celeste ad uno “scolapasta”. C’è però chi individua un solo foro nel firmamento, di solito in corrispondenza della Stella Polare, o ancora chi colloca le aperture all’orizzonte, dove la volta celeste verrebbe a contatto con la terra. Dovunque questi fori siano collocati, essi vengono spesso descritti come delle porte che permettono agli uomini di accedere al mondo ultraterreno, oppure come delle finestre che consentono agli abitanti del mondo celeste di sbirciare nel nostro. Talvolta, specialmente quando posizionati all’orizzonte, la loro apertura è descritta come ritmica. Vediamo qualche esempio delle varie casistiche.
I popoli turco-tartari “concepiscono il cielo come una tenda; la Via Lattea ne è la ‘cucitura’, le stelle sono i ‘buchi’ per far passare la luce”.23 I Malesi, analogamente, “immaginavano che il firmamento fosse costituito da una sorta di pietra o roccia che chiamavano Batu hampar, o ‘roccia madre’, l’aspetto delle stelle essendo determinato (come supponevano) dalla luce che filtrava attraverso le sue perforazioni”.24 Secondo i Ciukci (Siberia nordorientale), proprio al di sotto della Stella Polare “c’è un buco attraverso il quale è possibile passare da un mondo all’altro”.25 I Piedi Neri, stanziati tra l’Alberta (Canada) e il Montana (USA), descrivono la Stella polare come “un foro nel cielo, lo stesso foro attraverso cui So-at-sa-ki [la “Donna Piuma” del folklore locale] fu dapprima sollevata in cielo e poi fatta ridiscendere sulla terra. È il foro attraverso cui ella sbirciò sulla terra dopo aver dissotterrato la rapa proibita. La sua luce è lo splendore che traspare dalla dimora del Dio Sole”.26
Nel racconto dei Cherokee citato in precedenza i protagonisti, una volta raggiunto il luogo dove il Sole sorge, vedono che il firmamento si alza e si abbassa di continuo, “cosicché quando si sollevava si apriva uno spazio come una porta tra il cielo e la terra, e quando tornava indietro la porta si chiudeva. Il Sole usciva da questa porta da est e saliva lungo la superficie interna della volta celeste”.27 Similmente i Buriati, dai quali prende il nome la regione siberiana della Buriazia, “concepiscono il cielo come un grande calderone rovesciato, che sale e scende in costante movimento. Quando si solleva, si forma un’apertura tra il cielo e il limite della terra. Un eroe, al quale in quel momento capitò di scagliare una freccia tra il confine della terra e l’orlo del cielo, riuscì così a penetrare nel mondo esterno”.28
All’origine del mito
Le tradizioni che abbiamo esaminato potrebbero avere diverse spiegazioni. La prima, e più semplice, è che la concezione di una terra piatta sovrastata da una volta celeste solida sia innata. I nostri occhi, d’altronde, percepiscono proprio questo: la terra come una superficie piana, e il cielo come una cupola che all’orizzonte sembra congiungersi con essa. All’idea di un firmamento formato da materiale roccioso o metallico potrebbe aver contribuito anche la caduta di meteoriti, composti appunto da pietra o metallo. Ricordiamo a tal proposito che l’uso del ferro meteorico è documentato fin dall’età del bronzo.
Naturalmente, esistono anche altre possibilità. Per quanto riguarda ad esempio le aperture nel firmamento, Van der Sluijs (2012) suggerisce che questa idea possa essere scaturita dall’osservazione di fenomeni di tipo aurorale. Alcune tipologie di aurora boreale, infatti, appaiono proprio come degli squarci nel cielo, oppure come degli archi la cui altezza sopra l’orizzonte può variare nel tempo. L’autore dell’articolo ipotizza che quest’ultimo fenomeno abbia ispirato in particolare quelle tradizioni che parlano di feritoie nel firmamento che si aprono e chiudono ritmicamente.

Un’altra ipotesi decisamente suggestiva è che le descrizioni che troviamo nel mito rappresentino reminiscenze di una cosmologia perduta, sviluppata da una civiltà primordiale estesa su tutto il globo terracqueo e in seguito scomparsa. Questa ipotetica cosmologia sarebbe stata il prodotto della scienza di quell’epoca: i suoi elementi essenziali (come appunto l’esistenza del firmamento) sarebbero stati preservati nelle varie tradizioni, ma le “prove scientifiche” a suo sostegno sarebbero cadute nell’oblio. Qualcuno potrebbe essere tentato di accostare una simile teoria (la cui esistenza, ricordiamolo, è pur sempre ipotetica) a quella proposta in tempi recenti dai sostenitori della Terra piatta, che contempla anch’essa la possibilità che il cielo sia una cupola solida. In realtà, esistono cosmologie alternative che, pur postulando la presenza di un firmamento, non negano la sfericità del pianeta. Secondo l’eccentrico scienziato Pier Luigi Ighina (1908-2004), per esempio, il firmamento sarebbe una sorta di “cupola magnetica” che circonda la Terra, contenente delle perforazioni (le stelle!) che avrebbero la funzione di equilibrare quello che lui definiva “Ritmo Sole-Terra”. Che anche gli antichi avessero sviluppato una teoria del genere?
L’associazione tra firmamento ed altre dimensioni merita anch’essa una considerazione. E se tale idea risalisse a un’epoca in cui le facoltà extrasensoriali umane, molto più sviluppate rispetto a oggi, avrebbero potuto far apparire il cielo “diverso”? In altre parole: possibile che quei mondi ultraterreni, che così tante culture collocano al di là del firmamento, un tempo fossero percepibili all’occhio umano? Forse quel che a noi appare come uno schermo vuoto, per i nostri lontani antenati era una sorta di “sipario” in grado di aprirsi su altre realtà e dimensioni. E proprio come la scala celeste, scomparsa per i “comuni mortali” ma rimasta accessibile agli uomini di elevata caratura spirituale, anche queste dimensioni superiori potrebbero essere rimaste percepibili agli individui più evoluti. È difficile, chiaramente, uscire dall’ambito delle supposizioni; i miei lettori dovrebbero però essere ormai familiari con l’idea che spesso la realtà supera la fantasia…
Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”.
Atti degli Apostoli, 7, 55-56
Note:
- Wieschhoff (1939), p. 39. ↩︎
- Callaway (1870), pp. 393-394. ↩︎
- Gill (1876), p. 58. ↩︎
- Mooney (1902), p. 256. ↩︎
- Mallory & Adams (2006), pp. 121-122. ↩︎
- Gb 37, 18. ↩︎
- Donadoni (1970), p. 72. ↩︎
- Iliade, V, 502-504. ↩︎
- Iliade, XVII, 424-425. ↩︎
- Odissea, III, 1-2. ↩︎
- Alexander (1916), p. 139. ↩︎
- Holmberg (1927), p. 336. ↩︎
- Perry (1918), p. 168. ↩︎
- Wieschhoff (1939), p. 39. ↩︎
- Chiesa Isnardi (1991), p. 50. ↩︎
- Kalevala, I, 201-244. ↩︎
- Haynes (2000), p. 60. ↩︎
- Linton (1933), p. 159. ↩︎
- Howitt (1884), p. 186. ↩︎
- Graham (1954), p. 7. ↩︎
- Maquet (1954), p. 166. ↩︎
- Weiss (1975), pp. 254, 256. ↩︎
- Eliade (1983), p. 284. ↩︎
- Skeat (1900), p. 5. ↩︎
- Bogoras (1904-1909), p. 307. ↩︎
- McClintock (1910), p. 500. ↩︎
- Mooney (1902), p. 256. ↩︎
- Holmberg (1927), pp. 308-309. ↩︎
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